Costano 2,5 miliardi di Euro l'anno e non rieducano nessuno;
Come dice don Luigi Melesi, Salesiano, per 30 anni Cappellano
a Milano del carcere di San Vittore :
È un gioco politico. Sa che il numero delle guardie è legato a quello dei detenuti?
Più detenuti, più guardie, più posti di lavoro. Sa che per le forze dell’ordine vale
il numero delle persone portate in carcere e non quello degli arresti convalidati dal magistrato?”.
Qui di seguito 3 articoli assai significativi
Giustizia: le nostre carceri costano 2,5 miliardi di € ogni anno… e non rieducano nessuno
di Dimitri Buffa
L’Opinione, 30 luglio 2010
La vendetta sociale e l’indifferenza alla vita dei carcerati ci costa 2 miliardi e mezzo di euro l’anno come media degli ultimi dieci. Insomma come tutte le discariche abusive anche quella della società del perbenismo e dell’ipocrisia ha un costo ambientale elevatissimo. Oltre ad essere criminale e crimonogena di per sé. Una ricerca del Centro Studi di Ristretti Orizzonti ha realizzato recentemente dei calcoli in base ai dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato, dalla Corte dei Conti e dal Ministero della Giustizia. Ebbene, non rieducare la gente o comportarsi di fatto come quell’onorevole leghista che, quando interviene in aula alla Camera Rita Bernardini dei radicali italiani per snocciolare le macabre statistiche dei suicidi, si lascia sfuggire frasi come “un delinquente di meno”, sta diventando uno spreco economico che specie di questi tempi non possiamo più permetterci. Dal 2000 ad oggi il costo medio annuo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è stato di 2 miliardi e mezzo di euro. Come un ministero di non piccole proporzioni. Nel 2008 la spesa, pari a quasi 3 miliardi , ha segnato il massimo storico. Nel 2010, per effetto dei tagli imposti dalle finanziarie del 2008 e del 2009, e della sottrazione di 80 milioni , relativi all’assistenza sanitaria dei detenuti divenuta di competenza del ministero della Salute, la spesa è scesa al minimo storico, con 2 miliardi e 204 milioni di euro. Che comunque è sempre troppo visti i risultati. Più dell’80% dei costi sono relativi al personale (polizia penitenziaria, amministrativi, dirigenti, educatori), il 13% al mantenimento dei detenuti (corredo, vitto, cure sanitarie, istruzione, assistenza sociale), il 4% è stato speso per la manutenzione delle carceri e il 3% per il loro funzionamento (energia elettrica, acqua). A quanto ammonta quindi il costo medio giornaliero di ogni detenuto? Dal 2000 ad oggi è stato di 138 euro. Il costo giornaliero di ogni singolo detenuto è determinato da due elementi: la somma a disposizione dell’amministrazione penitenziaria e il numero medio dei detenuti presenti in un dato anno. Dal 2007 ad oggi i detenuti sono aumentati del 50% e le risorse del Dap sono diminuite del 25%, quindi più persone ci sono in carcere e teoricamente, e apparentemente, meno costerà il “mantenimento” di ciascuno di loro. Ma si tratta in questo ultimo caso delle statistiche alla Totò: “io mangio un pollo, tu niente, quindi ne mangiamo mezzo a testa”.Negli ultimi 30 mesi i detenuti sono aumentati di quasi 30 mila unità: dai 39.005 dell’1 gennaio 2007 ai 68.258 del 30 giugno 2010, ma la spesa media giornaliera procapite è scesa a 113 euro (nel 2007 era di 198,4 euro, nel 2008 di 152,1 euro e nel 2009 di 121,3 euro). Vediamo ora come si scompongono questi attuali 113 euro: 95,34 (pari all’85% del totale) servono per pagare il personale; 7,36 (6% del totale) sono spesi per il cibo, l’igiene, l’assistenza e l’istruzione dei detenuti; 5,60 (5% del totale) per la manutenzione delle carceri; 4,74 (4% del totale) per il funzionamento delle carceri elettricità, acqua). Escludendo i costi per il personale penitenziario e per l’assistenza sanitaria, che è diventata di competenza del ministero della Salute, nel 2010 la spesa complessiva per il “mantenimento” dei detenuti è risultata pari a 321 milioni e 691 e 037 euro: quindi ogni detenuto ha avuto a disposizione beni e servizi per un ammontare di 13 euro al giorno.Tra le “voci di spesa” i pasti rappresentano la maggiore (3,95 euro al giorno), seguita dai costi di funzionamento delle carceri (acqua, luce, energia elettrica, gas e telefoni, pulizia locali, riscaldamento), pari a 3,6 euro al giorno, e dalle “mercedi dei lavoranti” (cioè i compensi per i detenuti addetti alle pulizie, alle cucine, alla manutenzione ordinaria), che concorrono per 2,24 euro al giorno. Il fabbisogno stimato per il funzionamento dei cosiddetti “servizi domestici” sarebbe di 85 milioni e l’anno, ma per il 2010 ne sono stati stanziati soltanto 54: i pochi detenuti che lavorano si sono visti ridurre gli orari e, di conseguenza, nelle carceri domina la sporcizia e l’incuria. Per quanto riguarda la “rieducazione” la spesa è a livelli irrisori: nel “trattamento della personalità ed assistenza psicologica” vengono investiti 8 centesimi al giorno. Appena maggiore il costo sostenuto per le “attività scolastiche, culturali, ricreative, sportive”, pari a 11 centesimi al giorno per ogni detenuto.Ciò premesso, la ricaduta sociale di questi sprechi è calcolabile nel doppio di questi 2 e miliardi e mezzo annui spesi per tenere questa gente in queste condizioni. Il carcere così concepito è un ente inutile. Il surplus di spesa è quello dei danni provocati da una recidiva che per chi non usufruisce di misure alternative è pari al 68% laddove per chi, fortunato, invece ne usufruisca si ferma ben prima del 20% (confronta lo studio dell’onorevole Luigi Manconi).Insomma la cosa è semplice: se invece di essere forcaioli alla Di Pietro o qualunquisti-menefreghisti come molti all’interno della Lega Nord, fossimo un paese civile come quelli europei, specie del Nord Europa, dove la filosofia carceraria è che “dentro ci stanno solo quelli pericolosi” (mettiamo i condannati definitivi del 41 bis per mafia, gli omicidi, i grandi trafficanti di droga e armi e i politici corrotti di un certo livello) e che tutti gli altri invece possono, anzi devono, essere affidati al lavoro esterno, ai servizi sociali o al limite, come i tossicodipendenti, a comunità di recupero dove imparare un lavoro e con parte del guadagno risarcire eventualmente le vittime del reato, si potrebbe risparmiare da subito oltre un miliardo di euro l’anno.E si potrebbe creare un circolo virtuoso in cui, invece che costruire inutili nuove carceri che poi non si aprono fondamentalmente per mancanza di personale e di soldi per pagarlo, senza parlare degli scandali che stanno dietro a questi lavori (“carceri d’oro” docet), sarebbe possibile “ricostruire” cinque o diecimila nuovi individui sociali l’anno. Un recupero che conviene alla società. Visto che il paragone con la “monnezza” va forte si potrebbe dire che è meglio un recupero differenziato dei detenuti che ammassarli tutti nelle stesse discariche. Così come si è capito ormai da tempo che la raccolta differenziata dei rifiuti è meglio delle discariche della camorra.
Giustizia: con 4 anni d'amnistia e 4 d'indulto la popolazione carceraria sarebbe dimezzata
di Patrizio Gonnella
Italia Oggi, 30 luglio 2010
Quattro anni di indulto e quattro di amnistia che valgono complessivamente ben più del dimezzamento della popolazione carceraria nonché l’azzeramento delle pendenze processuali nei tribunali. L’estate sta finendo ed è arrivata la proposta di amnistia. A presentarla il senatore del Pdl Luigi Compagna. I cofirmatari della proposta sono tutti di centrosinistra, tra cui Franca Chiaromonte del Pd e Emma Bonino dei radicali. Non è facile che il disegno di legge trovi spazio nell’agenda parlamentare. Esso però rende possibile l’avvio della discussione pubblica sulla necessità di un provvedimento di clemenza.I contenuti sono ben più ampi rispetto a quelli presenti nella legge sull’indulto del luglio 2006. In primo luogo la proposta comprende anche l’amnistia, in secondo luogo l’indulto sarebbe di quattro anziché di tre anni come invece era ai tempi del Guardasigilli Clemente Mastella. Nel 1992, con legge costituzionale, fu elevato il quorum necessario per approvare una legge di clemenza. Da allora il Parlamento non ha mai varato un provvedimento di amnistia. L’ultimo in ordine cronologico risale a vent’anni fa. Nel disegno di legge Compagna vi è un lungo elenco di reati estinguibili. L’amnistia non si applicherebbe invece, tra gli altri, ai seguenti reati: delitti commessi da pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, peculato, corruzione, evasione, delitti colposi contro la salute pubblica, omicidio colposo e lesioni personali colpose limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all’igiene del lavoro, corruzione di minorenne, usura. I contenuti della proposta ricalcano sostanzialmente quelli della legge n. 73 del 1990.L’esclusione di taluni reati finanziari toglie spazio alle critiche provenienti da chi a sinistra potrebbe paventare il classico colpo di spugna per i crimini dei colletti bianchi. L’amnistia che si andrebbe a concedere non sarebbe una amnistia condizionata: essa non verrebbe revocata nel caso di nuovo reato commesso negli anni successivi alla concessione del provvedimento. Si legge testualmente nella relazione introduttiva del disegno di legge che: “non si concorda con le varie ipotesi di amnistia condizionata avanzate in passato; il controllo sulla buona condotta dell’amnistiato sarebbe incombenza non meno gravosa per gli uffici competenti, che andrebbero anche individuati e forniti delle risorse economiche necessarie; l’amnistia condizionata in sé si presta, poi, all’obiezione che essa mantiene in vita (in certi casi anche dopo il termine di prescrizione del reato) procedimenti che si accumulano negli uffici giudiziari per un altro quinquennio”. Per la parte relativa all’indulto, nel disegno di legge vengono condonati sino a quattro anni di pena, che diverrebbero cinque nel caso di persone affette da determinate patologie gravissime (aids, tumori ed epatiti). Sono esclusi coloro che si sono macchiati di delitti gravissimi, come strage, associazione di tipo mafioso, sequestro di persona, usura.L’indulto, a differenza dell’amnistia, verrebbe revocato se chi ne ha usufruito dovesse commettere, entro cinque anni, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni. Infine nei confronti dello straniero si prevede che all’indulto si accompagni l’espulsione. È quasi impossibile che si trovi in Parlamento l’accordo necessario per approvare la legge di clemenza. Nel frattempo i detenuti hanno superato la soglia delle 68 mila unità mentre i posti letto regolamentari sono 43 mila circa. Il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Franco Ionta, in una lettera rivolta al personale, ha però affermato che l’emergenza è frutto di eccessive campagne mediatiche.
Giustizia: celle sovraffollate, temperature insopportabili, condizioni igieniche allarmanti...
di Roberto Zichittella
Famiglia Cristiana, 30 luglio 2010
E un’estate calda per tutti, ma caldissima per i carcerati. Che sono tanti, troppi, quasi sempre costretti a vivere in condizioni indegne. “Siamo al collasso”, denuncia Luigi Manconi, presidente dell’associazione A buon diritto. “La situazione delle carceri italiane”, aggiunge, “è intollerabile ed esige subito interventi e capacità di mobilitazione”. La denuncia parte da un dato: oggi le carceri italiane ospitano una popolazione di oltre 68 mila detenuti. Una cifra ben superiore alla capienza prevista dalle strutture carcerarie presenti sul nostro territorio.Il sovraffollamento delle prigioni è un fenomeno diffuso da Nord a Sud, nelle grandi città, così come in provincia, nelle carceri grandi e in quelle piccole. Nelle settimane fra il 21 giugno e il 2 luglio una delegazione di A buon diritto e di Antigone, accompagnata da rappresentanti istituzionali, ha visitato alcuni degli istituti penitenziari più affollati d’Italia. La delegazione ha cominciato il suo giro a Pistoia e lo ha concluso a Trieste. Il rapporto finale è una galleria degli orrori, un viaggio allucinante fra diritti negati e condizioni al limite del tollerabile.A Pistoia, per citare qualche esempio, ci sono 140 detenuti invece dei 74 previsti. Le celle di sei metri quadrati ospitano tre detenuti, quelle di 18 metri quadri ne accolgono sei. A Sulmona, carcere tristemente noto per i diversi suicidi avvenuti ai suo interno, ci sono 444 detenuti per una capienza prevista di soli 270. “Le condizioni igieniche e di manutenzione”, si legge nel rapporto, “sono pessime, e si attende la ristrutturazione di quel-le del reparto visitato”. Nel carcere Capanne di Perugia (569 detenuti al posto dei 352 previsti) ci sono carenze e scarsa igiene nelle docce. Nella Casa circondariale di Como (529 detenuti per una capienza che ne prevede 421) “i muri dei vani docce subiscono pesanti infiltrazioni d’acqua, sulle pareti erano presenti strati di muffa e muschio, alcune manopole per la regolazione della temperatura erano staccate”. Anche il carcere fiorentino di Sollicciano (989 detenuti) “versa in pessime condizioni igieniche e di manutenzione”.Questi problemi si acuiscono nelle grandi strutture penitenziarie come San Vittore a Milano, Regina Coeli a Roma e Poggioreale a Napoli. Dovunque si sono riscontrati sovraffollamento, scarsa igiene, docce insufficienti o mal funzionanti, temperature altissime (a Poggioreale i detenuti coprono le finestre con asciugamani bagnati).La delegazione non ha visitato il carcere di Viterbo, ma Sara Bauli, che frequenta regolarmente la prigione come volontaria di Arci solidarietà, spiega: “Nell’istituto viterbese, pensato per contenere circa 300 persone, sono oggi detenute 680 persone. Le celle, molto piccole e progettate come singole, sono di fatto occupate da due detenuti. Alle carenze strutturali e al sovraffollamento si aggiunge urta costante insufficienza dei personale di custodia e degli operatori dell’area educativa. La conseguenza più immediata è che le attività formative e di socializzazione previste e necessarie per l’inserimento dei detenuti sono del tutto insufficienti e soffrono di forti difficoltà organizzative. Un’ulteriore criticità è legata al ruolo che informalmente riveste il carcere di Viterbo: è un cosiddetto “carcere punitivo”, dove vengono trasferiti i detenuti che hanno ricevuto un rapporto disciplinare in altri istituti o rappresentano soggetti a rischio”.Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo della Polizia penitenziaria, sottolinea i rischi per la sicurezza: “All’interno delle carceri fa più caldo che fuori. Un disagio che alimenta le tensioni fra i detenuti, già alle prese con il problema del sovraffollamento. Qualsiasi screzio, pure un banalissimo scontro verbale, con questo caldo può degenerare”. La gestione degli incidenti è ulteriormente complicata, osserva ancora il sindacalista, dalia cronica carenza di agenti di custodia presenti nella prigioni.Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, parla di “paradosso giudiziario”: “Quello per cui”, spiega, “il luogo del controllo delle persone che hanno compiuto atti illegali diventa il luogo dell’illegalità. Perciò chiediamo che nelle carceri ci siano ispezioni delle Asl come quelle che i Nas fanno nei ristoranti”.La situazione è ancora più grave negli ospedali psichiatrici giudiziari, visitati in queste settimane dal senatore Ignazio Marino, presidente della Commissione parlamentare sul Servizio sanitario nazionale. “Abbiamo visto”, racconta, “nove detenuti nella stessa cella che per rinfrescare l’acqua tenevano le bottiglie di plastica immerse nel bagno alla turca”. “In questo contesto”, aggiunge Luigi Manconi, “oggi nelle carceri italiane più che un’esplosione si verifica una implosione, cioè un autolesionismo sempre più diffuso, con punte di suicidi tentati o portati a termine mai sfiorate in passato”. Non si esclude che l’indagine presentata possa dare vita, in autunno, alla nascita di una Commissione parlamentare d’inchiesta. Il Cappellano di San Vittore: troppa gente in galera… è un gioco politico Salesiano, per trent’anni (1978-2008) cappellano nel carcere di San Vittore a Milano, don Luigi Melesi accoglie con perplessità gli ultimi allarmi sulla crisi del sistema carcerario. “E non perché la crisi non sia reale”, dice, “ma perché è di cosi lunga data che non ha senso definirla, oggi, “emergenza”. Un esempio: San Vittore era già sovraffollato quando ci entrai io, a fine anni Settanta. In più, non si riesce a capire perché ci siano carceri che scoppiano e altre semivuote, carceri dove ci sono tante guardie e pochi detenuti e altre dove ci sono tanti detenuti e poche guardie. C’è un problema organizzativo. Ma la questione più importante è che in Italia tutte le persone che vengono arrestate finiscono in carcere.E sono tante: stando all’Istat, in certi anni si è arrivati al 50 per cento di detenuti che, al processo, sono poi stati giudicati innocenti. Pare impossibile, da noi, avere ciò che altri Paesi, per esempio la Svizzera, hanno da molto tempo: un pre-carcere, riservato a coloro che attendono di essere giudicati. E quindi distinguere tra coloro che sono sospettati di aver commesso un reato e coloro dei quali si sa che l’hanno davvero commesso. Se c’è un’emergenza, in Italia, è questa: troppa gente finisce dietro le sbarre”.E secondo lei perché questo succede? “È un gioco politico. Sa che il numero delle guardie è legato a quello dei detenuti? Più detenuti, più guardie, più posti di lavoro. Sa che per le forze dell’ordine vale il numero delle persone portate in carcere e non quello degli arresti convalidati dal magistrato?”.
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