Collactio appunti vari e fotografie sul quotidiano

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

La scomparsa della confessione, di Sandro Veronesi

E-mail Stampa PDF


Da La Repubblica, 3.9.2009, p. 42

La scomparsa della confessione
La rimozione di un atto liberatorio
 
di Sandro Veronesi 

Un giorno, nove an­ni fa, ho provato il desiderio di con­fessarmi. A Roma, a ferragosto, c’era il Giubileo dei Giovani e io stavo curiosando per la città me­scolato al milione di ragazzi venuti da tutto il mondo per fe­steggiare. Al Circo Massimo c’era una fila di gazebo simili a quelli delle Feste dell’Unità, sotto ai quali una batteria di sa­cerdoti stava confessando la gente: non so perché, quella vi­sione produsse in me il lanci­nante desiderio di rientrare nel gregge. Mi appoggiai a un mu­retto e mi misi a riflettere: quando l’avevo lasciato, il greg­ge? Trent’anni prima, poco do­po la Cresima, ero ancora un bambino. E quanti comanda­menti avevo infranto, da allora? Tutti, tranne il quinto e il setti­mo. E non vedevo forse che quelle confessioni che mi atti­ravano tanto avvenivano faccia a faccia col sacerdote, senza il filtro misericordioso del con­fessionale, cosa che ai miei tempi mi metteva addosso una vergogna tremenda?

Insom­
ma, confessarsi dopo trentina d’anni a faccia a faccia con un prete sconosciuto era una cosa enor­me: avevo veramente voglia di farlo? Ero disposto ad affron­tarne le conseguenze? Per esempio, avrei eseguito le penitenze che mi sarebbero state assegnate?
Per quanto strano potesse suonare, la risposta a tutte quelle domande era sem­pre sì; non mi restava altro da fare che trarre il dado, pensai, senza farla tanto lunga.

Zompai
oltre il muretto e mi diressi - deciso, ispirato - verso il gazebo con dentro un sacerdote nero. Subito mi si parò davanti un vo­lontario con la maglietta blu (quelle con la scritta “Ero forestiero e mi avete accolto”) e mi chiese dove stessi andando. “A confessarmi”, gli risposi solennemente. “Non puoi”, fece lui, «non hai il passi». Rimasi inter­detto -non me l’aspettavo - ma mantenni una calma, per l’ap­punto, ovina: «E dove posso procurarmelo?», gli chiesi, mansuetamente. Ma la rispo­sta fu una mannaia: «Su. Internet». Era pomeriggio inoltrato, ora che tornavo a casa e andavo in cerca di questo passi su Internet (e su quale sito, poi? An­dava stampato direttamente o bisognava andare a ritirarlo da qualche parte?) si faceva notte. «Avanti», dissi, «fammi passa­re. Per piacere, voglio solo con­fessarmi. Che male faccio?». Ma niente: «Non hai il passi» ri­peté il ragazzo - e mi sorrise, ineffabile, inflessibile, e anche piuttosto grosso, purtroppo, tanto da togliermi ogni tenta­zione di sfondare. Così sfumò il mio rientro nel cattolicesimo. 

Ho ricordato questo aned­
doto perché da un po’ di tempo sto osservando un fenomeno curioso: le confessioni si stan­no estinguendo. O meglio, stanno cambiando significato. Nei casi giudiziari sono del tut­to scomparse: chi confessa più, ormai?   (…)  

Poi però osservo un’altra co­
sa: mai come oggi le persone vi­vono immerse nel senso di col­pa. Ci sguazzano, e lo dicono, lo ostentano, perfino, come se fosse indice di rettitudine, alimentando uno dei più sporchi giri d’affari che si siano mai visti (Prozac, bevande alcoliche, droghe). Maledizione, viene da dire, ma se vi sentite così in colpa non sarebbe il caso di confessarle, una buona volta, le vostre colpe? Al prete, se siete cattolici, o meglio ancora direttamente alle vittime del  vostro comportamento, coloro che avete tradito, trascurato, ingannato, derubato, illuso, feri­to? Ma niente: ti azzardi a fare un discorso del genere e salta fuori che, come per gli indiziati dei gialli di cronaca, sono tutti innocenti, il senso di colpa di cui soffrono è solo una sindro­me, una malattia, e in realtà non c’è nessuna colpa. Per cui, alla fine, la risposta sarebbe che le confessioni si stanno estinguendo perché non ci sono più colpe da confessare - hah -, e si passa direttamente ai significati secondi e terzi del verbo confessare.

Ed  ecco che Il Grande Fratello, questo bazar dell’autocontemplazione  e  dell’autoindulgenza, chiama “confessionale” il luogo in cui il concorrente spara vaniloqui egoriferiti  nel quali non  confessa proprio nulla anche perché quello che ha fatto gli spettatori lo sanno già. Non è una bella fine, per il simbolo di un sacramento, ma non mi risulta che la Chiesa abbia chiesto il passi a Endemol.

Questo, nella realtà. Resta la finzione, letteratura, cinema, serie tv: lì le confessioni fioccano ancora, come se la  mutazio­ne antropologica che ci ha reso tutti innocenti non ci fosse sta­ta. In molti casi sono solo l’espediente per finire la puntata, ma qualche volta, nel pieno di un’opera di grande valore,  sup­pliscono alla mancanza delle confessioni vere, e ne assumo­no la sacertà: penso alla confes­sione di Andreotti nel Divo, che ancora mi commuove, e può perfino darsi che se ne sia com­mosso anche il buon Dio - e dunque che alla fine, grazie a Sorrentino, D’Avanzo e Servil­lo, Andreotti la sfanghi anche nel Giorno dei Giorni
.   


Aggiungi questa pagina al tuo social network
 
Ultimo aggiornamento ( Domenica 27 Settembre 2009 16:01 )  
Tot. visite contenuti : 728673